L’accettazione docile e subliminale della loro influenza ha trasformato i media in prigioni senza muri per gli uomini che ne fanno uso. L’azione dei media è quella di far accadere le cose piuttosto che di darne conoscenza.”

-Marshall McLuhan,Gli strumenti del Comunicare, 1964- 

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Ho conosciuto Marco solo pochi mesi fa nella cornice del Forum Sociale Antimafia di Cinisi: entrambi eravamo, a vario titolo, ospiti degli squisiti compagni palermitani del Collettivo XX Luglio e delle splendide terre siciliane. Tra l’altro, fatto abbastanza strano, considerando che si trattava di due non indigeni, fu proprio lui ad accogliermi all’uscita dell’aeroporto. Mi era stato detto che mi avrebbe aspettato un ragazzo con una maglietta verde con la scritta “NO TAV – NO MAFIE” ed io me lo ritrovai di fronte con stampato in faccia quel classico sorriso tra lo schietto ed il sarcastico capace di rendere affabile una persona appena conosciuta: ci sono simpatie che nascono naturali ed istantanee e che riescono facilmente a trasformarsi in amicizie, con lui è stato così.

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“I fascisti non sono esseri umani. Un serpente è più umano di un fascista.” Hugo Chavez

imgresLa comprensione della realtà brasiliana richiede lo sforzo critico di contrastare l’apparenza dei fenomeni e la forma in cui sono interpretati dal senso comune per carpirne l’essenza più profonda, spesso definita dalle tendenze strutturali inscritte nel divenire della storia. Questo contrasto rivelerà l’abisso che esiste tra il mito secondo cui il Brasile vive un grande momento di sviluppo -grazie a un governo di sinistra che avrebbe creato le condizioni per combinare crescita, lotta alle disuguaglianze e rinnovata sovranità nazionale- e la drammatica realtà, quella di una società impossibilitata a confrontarsi con le forze esterne e interne che la sottomettono ai terribili effetti di uno sviluppo diseguale e concordato, in un contesto globale di crisi economica generale del sistema capitalistico mondiale. Leggi il seguito di questo post »

imgres-5Pedro Cazes Camarero è un compagno, Pedro è un guevarista convinto, Pedro è uno dei pochi sopravvissuti al massacro di Trelew, Pedro è un (ex) guerrigliero dell’ERP, Pedro è un autonomista felice del suo passato e del suo presente, Pedro è un colto studioso di politica e filosofia, ma soprattutto Pedro è l’amabile e gentile signore che ci invita a casa sua a riflettere insieme per ore sui temi intorno ai quali (lui sa) ci stiamo interrogando da un pò… [Questa è la seconda intervista che facciamo a Pedro, per la prima riferirsi a questo link]
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Ecco alcuni frammenti di una lunga intervista, realizzata dai redattori di Nuestra Voz (http://www.mpld.com.ar/#!nuestra-voz/c1zk1), agli operai della FASINPAT Elisa Sisterna, rappresentante della Commissione delle donne della fabbrica, e Raul Godoy, uno dei leader più carismatici della lotta per il recupero dell’impresa. Due testimoni che mostrano il percorso personale e collettivo dell’esperienza di autogestione dell’impresa, divenuta ormai esempio per un’intera classe lavoratrice colpita dalla crisi.

Elisa Sisterna: dalla casa al lavoro, dal lavoro alla lotta

“Entrare nella fabbrica cambiò completamente la mia vita. Prima, chi lavorava nella Fasinpat era il mio ex marito; quando ci separammo andai ad una assemblea nella fabbrica a spiegare quale fosse la mia situazione, ed i compagni votarono affinchè io potessi entrare nella stessa per lavorarvi. Questo successe circa tre anni fa, in un primo momento mi resi conto solo dei benefici per me e per miei figli, soprattutto da un punto economico, dell’avere uno stipendio degno, insomma avevo possibilità che prima mi erano precluse. Successivamente iniziai a crescere anche come persona, partecipai alle riunioni della Commissione delle donne e appoggiai i compagni all’interno del sindacato. E’ una nuova forma di vivere, ti senti utile, senti che stai facendo qualcosa di buono per il prossimo. Attraverso le battaglie abbiamo ottenuto anche la possibilità di creare una scuola secondaria all’interno della fabbrica, l’anno prossimo inizieremo le lezioni. Nella mia vita sono cambiate molte cose, per questo difendo l’autogestione operaia (…) Leggi il seguito di questo post »

262759_10151287955259162_1845535881_nLa battaglia che siamo tenuti a combattere non si basa solo sui bisogni materiali in cui siamo costretti e vincolati ma dalla profonda necessità di vivere degnamente. La nostra guerra si basa sulla dignità e la dignità veicola i modi della lotta, non dobbiamo mai scordarci che il fine è frutto del mezzo.

26 Dicembre 2012

Incontriamo Carlos “Perro” Santillan ed Hebert Lima, delegati dell’organizzazione Tupac Katarj, presso la “Commissione per i diritti umani” di San Salvador, capitale amministrativa di Jujuy, regione tra le più povere dell’intera Argentina che si trova nell’estremo nord del paese, al confine con la Bolivia. Siamo qui perchè da poco si è consumata una tra le più violenti repressioni poliziesche dell’era Kirchner, presso il barrio Malvinas Argentinas, e poiché l’area, caratterizzata da mobilitazioni sociali massive, ha rappresentato un esempio di lotta rispetto alle politiche neoliberiste. Arriviamo all’incontro carichi di aspettative e sicuramente un po’ emozionati, condizionati probabilmente da tutti i racconti che abbiamo sentito sul Perro. Personaggio carismatico, protagonista di ballate e canzoni popolari, simbolo della lotta anticapitalista fin dagli inizi degli anni ’90 nonchè fondamentale punto di riferimento per tutto il movimento piquetero e per tutta la sinistra extraparlamentare e movimentista argentina nell’ultima decade. Carlos ed Hebert ci aspettano seduti al tavolo sorseggiando mate e scambiandosi impressioni sull’assemblea che ci sarà da lì a poco presso la sede della Katarj: un vecchio capannone ferroviario nel quale trovano spazio la sede locale dell’associazione “Casa de las madres” dei desaparecidos dell’ultima dittatura, una biblioteca, una scuola, un consultorio medico, la radio del movimento, un panificio popolare ed un enorme salone utilizzato per fare assemblee, concerti nonché come luogo adibito a corsi di formazione lavorativa. L’impressione che abbiamo fin dal primo momento è quella di rincontrare compagni di lotta che da un po’ non si vedevano e la sensazione di sentirsi a casa è immediata.

Ecco alcuni stralci della lunga intervista che abbiamo fatto presso la sede della “Commissione per i diritti umani” di cui Carlos Santillan è presidente. Leggi il seguito di questo post »

Pedro Cazes Camarero è un compagno, Pedro è un attivista della salute pubblica, Pedro è un guevarista convinto, Pedro è uno dei pochi sopravvissuti al massacro di Trelew, Pedro è un (ex) guerrigliero dell’ERP, Pedro è un autonomista felice del suo passato e del suo presente, ma soprattutto Pedro è l’amabile e gentile signore che mi invita a sorseggiare un thè allo storico Caffè Tortoni durante un’uggiosa domenica porteña e con cui mi intrattengo a parlare per ore di prospettive, idee e convergenze politiche.

Ecco alcuni stralci di questa conversazione.

urlSimone: “Un aspetto su cui mi piacerebbe concentrarmi è quello relativo alla scelta della lotta armata. Voglio dire…scegliere la via delle armi, della violenza, l’idea dell’uomo che combatte l’altro uomo per una scelta, una via generata da una sorta d’odio, nato ovviamente da un bisogno di giustizia sociale, ossia da un amore…non è una contraddizione in termini?”

Pedro: “Ho capito perfettamente quel che dici..Bene, ti parlo di me stesso e non della mia generazione, perchè è un errore estrapolare da una soggettività un’idea su una intera generazione. Nel mio caso in particolare i miei primi interessi nel campo sociale cominciarono agli inizi degli anni ’60, quand’ero ancora adolescente ed avevo appena iniziato la scuola secondaria. Vedi, provengo da una famiglia abbastanza modesta, mio padre era un operaio e mia madre una maestra, entrambi discendenti da immigrati di prima generazione, come nel caso di mia madre, o direttamente immigrati qui come nel caso di mio padre. Mio padre aveva idee anarchiche, mentre mia madre era radicale (dell’Union Civica Radical, un partito argentino che mescolava idee liberiste, social-democratiche e nazionaliste, legato alla media borghesia ed anti-peronista, nds), inoltre le risorse economiche familiari erano quello che erano. Di conseguenza quando finì la scuola primaria avevo due opzioni per entrare alle scuola secondaria che era a pagamento, o ottenere una borsa di studio o lavorare. Io riuscì ad ottenere una borsa di studio, ma visto che avevo intenzione di studiare in un liceo privato molto prestigioso di Buenos Aires, ero costretto a lavorare nel tempo libero visto che la borsa non copriva completamente i costi dell’istituto. Mi trovai allora un lavoro come impaginatore di libri contabili, iniziai come apprendista, ed ero costretto a sbirciare quel che faceva il mastro impaginatore, d’origine italiane, perchè era una realtà in cui eri costretto a pagare anche solo per imparare il mestiere .Così noi che non avevamo i soldi ci inventavamo ogni cosa per poter apprendere: mi ricordo che sbirciavamo da un mezzanino, a turno, i movimenti del maestro. Insomma una cosa in stile romanzi dell’ottocento(…)

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